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Atti di guerra: una trilogia
di Edward Bond

3 febbraio - 12 marzo 2006 - PRIMA NAZIONALE
Progetto per le Olimpiadi della cultura di Torino 2006
TEATRO ASTRA
Regia Luca Ronconi
con Massimo Popolizio
e Raffaella Boscolo, Melania Giglio, Pia Lanciotti, Laura Nardi,
Franca Penone, Elia Schilton, Debora Zuin
e con Giovanni Battaglia, Paola D’Arienzo, Cristian Maria Giammarini, Giorgio Ginex, Lino Guanciale, Diana Höbel, Lorenzo Iacona, Alessandro Loi, Monica Mignolli, Umberto Petranca, Francesco Rossini, Marco Toloni, Nanni Tormen, Alfonso Veneroso, Francesco Vitale
Questi tre testi sono stati elaborati da Bond dopo un lungo seminario che tenne all’Università di Palermo, e parlano di guerra, pace e distruzione. Sono temi impegnativi ma è ormai una questione di scelte: è venuto il momento per il nostro teatro di rompere quelle angustie create dal soffocamento delle condizioni produttive. Ho fatto una scelta che mi sembrava giusta e necessaria per il periodo storico in cui viviamo: può sembrare un atto di presunzione avere deciso di trattare questi argomenti, ma in realtà sono le cose di cui parliamo tutti i giorni.
Luca Ronconi
Guerra e società si intrecciano, in una violenta dialettica, anche nel teatro politico e visionario dell’inglese Edward Bond, con la trilogia composta da Red Black and Ignorant, The Tin Can People e Great Peace nel 1985. Frutto di un percorso laboratoriale, la trilogia raccoglie i temi cari all’autore inglese: drammaturgo dalla cifra al tempo stesso incisiva ed ellittica, Bond, classe 1934, ha spinto il teatro degli “arrabbiati” Osborne e Wesker verso un linguaggio più violento e aspro, dove la marginalità di vite periferiche si scontra con la crudeltà di una società in perenne conflitto. Fattosi conoscere con "Saved" (1965), censurato per Early Morning (’68), Edward Bond si afferma definitivamente sulla scena internazionale come autore di punta della Royal Court, grazie ad opere come "Lear" (’71), "Bingo" (’73), "Summer" (’82). Nella trilogia de "I drammi di guerra", Bond compie una serrata indagine sulle lacerazioni sociali del contemporaneo che, attingendo alle strutture archetipiche del mito classico, si pone l’inesorabile domanda sul senso della violenza: ma non c’è il Fato, non ci sono Divinità cui chiedere risposte, solo degli uomini è la responsabilità di scatenare – per avidità di potere e ricchezza – le devastanti macchine della guerra.
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