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Mario Martone

Direttore della Fondazione del Teatro Stabile di Torino

 

Ecco la stagione italiana, quella del centocinquantesimo anniversario dell’unità del nostro paese. Era dall’inizio della mia direzione che il 2011 si poneva come un approdo importante, sia per il significato che questo anniversario aveva per la città di Torino, sia perché intorno ai temi della lotta per l’unità d’Italia personalmente lavoravo dal 2004, quando cominciavo a elaborare Noi credevamo, il film che ormai è quasi pronto e che, uscendo nell’autunno del 2010, possiamo considerare parte integrante della prossima stagione, dato che lo Stabile vi ha anche partecipato attivamente. Ma soprattutto parte integrante va considerata la mostra Fare gli italiani, su cui Giovanni De Luna e Walter Barberis hanno a lungo lavorato insieme a un nutrito gruppo di consulenti storici, con la “regia” di Studio Azzurro, che con Paolo Rosa farà di questa mostra un evento significativo non solo dal punto di vista espositivo ma anche e soprattutto performativo, aspetto che rende pertinente la cura produttiva dello Stabile per questa importante occasione civile della città di Torino. Entrambi gli eventi coinvolgono lo Stabile, ma naturalmente senza attingere al suo bilancio, interamente destinato alla produzione e alla programmazione teatrale. Le produzioni costituiscono il vero cuore della stagione. Prima in ordine di apparizione il Filippo di Vittorio Alfieri con la regia di Valerio Binasco. Riproporre Alfieri nel teatro pubblico italiano, per quanto possa sembrare paradossale, è una sfida. I suoi versi, la sua lingua spaventano e allontanano tanto i protagonisti delle nostre scene quanto i direttori artistici. Credo che questo abbia a che fare con lo stesso senso di noia che la visione retorica del Risorgimento ha prodotto nella nostra coscienza di italiani. Attenzione: non il Risorgimento, ma la sua visione retorica. E dunque non Alfieri, ma la sua visione retorica ha creato probabilmente questo senso di distanza dai suoi testi. Lo spettacolo di Binasco, che siamo abituati ad apprezzare per le sue messe in scena di testi contemporanei, tenterà di colmare questa distanza, e, poiché Alfieri rappresenta per certi versi quanto di più nobile l’Italia abbia saputo esprimere nel momento in cui si andava formando la coscienza della lotta per la sua unità, questa sfida è senz’altro tra le maggiori della nostra stagione. Federico Tiezzi mette in scena I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori, una nostra coproduzione con il Metastasio Stabile di Prato, un teatro che Tiezzi ha diretto straordinariamente per tre anni e che ora lascia con questo spettacolo. Consentitemi di dirlo: credo che Prato lo rimpiangerà. Per noi, in questo caso, è molto significativo che la riproposta di un altro decisivo autore dell’Ottocento come Alessandro Manzoni e del suo più grande testo, i Promessi sposi, avvenga attraverso la trasfigurazione di una grande voce del Novecento, quella dolente e irriverente di Giovanni Testori, un autore di cui Tiezzi e Lombardi sono i più profondi interpreti. Da Testori, a ritroso nel tempo, a Pirandello e Goldoni: questi sono gli autori specificamente teatrali che eleggiamo nel canone identitario della nostra stagione. Sarà molto interessante vedere come Gabriele Vacis affronterà i venetissimi Rusteghi, alla luce delle spinte di chiusura che provengono dal nostro nord-est e che rendono così problematico, oggi, il discorso unitario: si promette un allestimento dalle scelte radicali. Virginio Liberti e Annalisa Bianco indagheranno invece nuove possibilità di interpretazione di quel gioco di scatole cinesi che è Questa sera si recita a soggetto, leggendolo in rapporto a una tradizione tanto celebrata musicalmente quanto misconosciuta teatralmente, quella del melodramma. In ultimo, le Operette morali che metterò in scena nello spazio raccolto del Gobetti. Della centralità di Leopardi si potrebbe parlare a lungo: al suo sguardo visionario e pessimista la successiva storia italiana ha avuto modo di riconoscere molte ragioni. Lo spettacolo sarà basato in prevalenza sui dialoghi delle Operette morali, un testo che a mio avviso la drammaturgia contemporanea ci invita a leggere nelle sue potenzialità teatrali. Ad essere coinvolte nel nostro “Laboratorio Italia” non sono solo le produzioni, ma la maggioranza delle ospitalità, che comprendono la proposta di sette forti e diversi esempi di drammaturgia contemporanea italiana: Mariangela Gualtieri con una prima assoluta (Caino regia di Cesare Ronconi, con Danio Manfredini e Raffaella Giordano), Maurizio Donadoni (Precarie età), Valeria Parrella (Ciao maschio), Fausto Paravidino (La malattia della famiglia M.), Pippo Delbono (che torna a Torino con Dopo la battaglia, al termine di una lunghissima tournée internazionale dello spettacolo sulla tragedia della Thyssen-Krupp La menzogna), Emma Dante (Trilogia degli occhiali) e Curino/Vacis per Il signore del cane nero. Questi titoli contemporanei diventano otto con la coproduzione del Pitone, un testo di Andrea Bajani con Gianmaria Testa e Giuseppe Battiston sulla condizione operaia. Lo spettacolo, previsto a febbraio, potrebbe anticipare, se si riuscirà ad ottenerne la copertura finanziaria, una vasta rassegna di spettacoli di argomento storico, sociale e politico italiano che dovrebbe snodarsi nel periodo di apertura della mostra Fare gli italiani, cioè da marzo a novembre 2011, a cavallo di due stagioni. Lo Stabile è già al lavoro su questo progetto per essere pronto nel momento in cui saranno chiare le prospettive di bilancio, ma su di esse, come abbiamo imparato in questi anni di tagli, è bene essere prudenti. Prudenti, non negativi: sono personalmente fiducioso che ci si possa rivedere in autunno per presentarvi i contenuti di questa rassegna. Un fuoco di questa nostra stagione italiana riguarda la squadra piemontese. La fortunata tournée dello Zio Vanja messo in scena da Vacis col gruppo storico degli attori di Laboratorio Teatro Settimo e il premio Ubu a Valter Malosti per la regia dei Quattro atti profani di Tarantino sono solo i due segni più evidenti del lavoro che abbiamo cercato di svolgere per ridare linfa all’eccezionale tessuto artistico della regione. La stagione prossima vedrà all’opera, come abbiamo detto, Valerio Binasco su Alfieri, Gabriele Vacis su Goldoni, Annalisa Bianco (con Virginio Liberti) su Pirandello, e la coppia Testa/Bajani per Il pitone. Ma segnerà anche il passaggio al teatro Carignano delle coproduzioni che lo Stabile realizza con Valter Malosti, un artista giunto a una maturità che comincia a raccogliere frutti importanti. Spicca, accanto alla ripresa della Scuola delle mogli, la sua nuova produzione della Signorina Julie di Strindberg con Valeria Solarino. Sempre attesa e importante è la presenza dei Marcido Marcidorjs, quest’anno alle prese con Copi, mentre fa davvero piacere riprendere il bellissimo Flags, conclusione del progetto di Beppe Rosso su Jane Martin. Infine, l’ospitalità appassionata di Nathan il saggio dell’inedita coppia Vacis/Binasco, che è anche un omaggio ai cugini del Teatro Regionale Alessandrino che lo producono. Ancora, la sezione contemporanea e internazionale, cioè Prospettiva 2. Come sapete, è stato elaborato ed anche tormentato il processo che ha portato alla nascita di questa rassegna, ma il fiore che ne è sbocciato mi sembra sia davvero importante. In un periodo di grande difficoltà economica, si deve dare atto a Fabrizio Arcuri di essere riuscito con la prima edizione di Prospettiva ad attirare il pubblico torinese su proposte fortemente innovative, tanto da rendere naturale e coinvolgente la prosecuzione dell’esperienza. Eccoci dunque con una nuova rassegna, impressionante per quantità e qualità dei titoli e degli artisti coinvolti (qualche nome: Rodrigo García, Jan Fabre, Leo Bassi, Ivo van Hove, Mark Ravenhill, Romeo Castellucci, Antonio Latella, Marco Martinelli, Alain Platel…), Prospettiva 2 non mancherà anche quest’anno di coinvolgere gli spettatori attenti alla contemporaneità, che, è bene dirlo, non sono solo i giovani, tanto più in una città come Torino che dell’arte e del pensiero come concetti evolutivi è una capitale. Prospettiva è stata anche l’occasione per stringere fruttuose alleanze con alcune tra le più vive istituzioni culturali cittadine, prima fra tutte Torinodanza, ormai saldamente annesso tra le forze del Teatro Stabile. E grazie a Prospettiva si vanno sviluppando progetti di respiro internazionale, il primo dei quali in cantiere è quello, biennale, che gemella lo Stabile di Torino con la Volksbühne di Berlino sul Fatzer Fragment di Brecht, una coproduzione che vedrà la luce nel 2011. Infine, vorrei segnalare quanti protagonisti del teatro italiano appaiono nel nostro cartellone, dentro e fuori “Laboratorio Italia”, dal Luca De Filippo delle Bugie dalle gambe lunghe al Fabrizio Gifuni dell’Ingegner Gadda va alla guerra, dal magnifico Sogno di una notte d’estate che Carlo Cecchi ha realizzato con dei giovanissimi allievi-attori all’atteso Misantropo che Castri metterà in scena con Massimo Popolizio. Questa forza e questa vitalità sono ciò che scambiamo da due anni con il nostro pubblico, lasciatemelo dire da “forestiero”: il più bello d’Italia.

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