Né un biopic, né una lettura analitica dei suoi molti capolavori:  il Capote di Gianluca Ferrato, diretto da Emanuele Gamba, è un grande atto d’amore per la letteratura e per il teatro.

«Tutta la letteratura è pettegolezzo». Così Truman Capote liquidava con una delle sue abituali provocazioni anti-letterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. “Pettegolezzo” inteso come svelamento di ciò che non si sa, indagine sui lati oscuri dell’America, in modo leggero e profondo, snob e vivace come un Vodka Martini. È il Capote più irriverente, infatti, quello che emerge in questo spettacolo, dove Massimo Sgorbani disegna per Gianluca Ferrato un dandy, un esibizionista, un personaggio pubblico prima ancora che un grande scrittore: l’anticonformista per eccellenza, che può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti. Sgorbani è riuscito a trasmettere ciò che Capote continua a dire anche a chi lo legge a distanza di anni: il lato oscuro dell’America; la paura dello sconosciuto che minaccia la tua famiglia e la tua proprietà; la paura e insieme l’attrazione che suscita il “diverso”; ma anche la paura che lo stesso diverso prova sentendosi tale e tentando di essere accettato, salvo scoprirsi in extremis “tollerato” (come diceva Pasolini) solo ipocritamente, e riappropriandosi dell’unica identità che, a ben vedere, gli è stata realmente concessa, quella di intruso, di presenza minacciosa.


di Massimo Sgorbani
con Gianluca Ferrato
impianti e regia Emanuele Gamba
scene Massimo Troncanetti
costumi Fondazione Cerratelli e Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola
tema musicale di Truman Maurizio Fabrizio
suoni Giorgio De Santis
Fondazione Teatro della Toscana

Acquista ora