TST

Il Teatro Stabile di Torino si appresta a festeggiare i cinquant’anni d’attività, un traguardo che lo pone tra i primissimi enti di teatro pubblico del nostro Paese.

L’atto di nascita anagrafica risale alla notte tra il 27 e il 28 maggio 1955, quando la seduta del Consiglio Comunale di Torino, presieduto dal sindaco Amedeo Peyron, coadiuvato dall’assessore alla pubblica istruzione Maria Tettamanzi, si protrasse fino a notte fonda per discutere sulle finalità del nuovo “ente di propulsione culturale” e per deliberare un contributo annuo di 20 milioni di lire e la concessione dell’antiquata sala del Teatro Gobetti.
Al neonato Piccolo Teatro della Città di Torino, dopo la crisi del ventennio fascista e le distruzioni belliche, fu affidato il compito di risollevare la tradizione del “teatro d’arte” nella città che nella prima metà dell’Ottocento aveva dato vita alla Compagnia Reale Sarda e, nel primo Novecento, all’intensa esperienza del Teatro di Torino di Riccardo Gualino, soffocata dal regime mussoliniano.
Le prime due stagioni furono dirette da Nico Pepe, stimato attore messosi in luce come interprete goldoniano e animatore del teatro universitario. Lo spettacolo inaugurale, che andò in scena il 3 novembre 1955 nel rinnovato Teatro Gobetti, fu Gli innamorati di Carlo Goldoni, affiancato dall’atto unico di Alfred De Musset Non si può pensare a tutti.
Firmava la regia la giovanissima Anna Maria Rimoaldi, che si affermerà come animatrice del Premio Strega. Nel primo anno il teatro allestì dieci spettacoli, realizzando 171 recite a Torino, 10 in altre “piazze” del Piemonte e 18 fuori regione.

Con la stagione 1957/58 a Pepe succedette il giovane regista veneto Gianfranco De Bosio che guidò il teatro per il successivo decennio e in breve riuscì ad affermare gli spettacoli dello stabile torinese nel panorama nazionale.
Con le celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia, nel 1961 “conquistò” la scena del Teatro Carignano presentando La resistibile ascesa di Arturo Ui di Bertolt Brecht, uno dei rari spettacoli brechtiani sfuggiti al monopolio del Piccolo Teatro di Milano.
Dopo d’allora la storica sala del Carignano di proprietà comunale, da anni retta da una gestione privata, ospiterà regolarmente i maggiori spettacoli dello Stabile.
Solo nel 1977 il settecentesco teatro, prototipo del “teatro all’italiana”, diverrà sede ufficiale del Teatro Stabile.

Alla direzione De Bosio è legata la riscoperta di Ruzante con La Moscheta (1960), Anconitana e Bilora (1965), e I Dialoghi (1966), spettacoli che furono presentati anche in tournée all’estero, in America Latina (1960), in Francia e Belgio (1965) e in Russia (1966). Senza trascurare la drammaturgia classica di Goldoni, Shakespeare, Cechov e Pirandello, De Bosio dedicò spiccata attenzione alla drammaturgia contemporanea, sia importando dalla Francia il “teatro dell’assurdo” di Eugéne Ionesco (Sicario senza paga e Il re muore) e di Samuel Beckett (Giorni Felici, Atto senza parole e L’ultimo nastro di Krapp), sia mettendo in scena testi di scrittori italiani come Natalia Ginzburg (Ti ho sposato per allegria), Alberto Moravia (Il mondo è quello che è) e soprattutto Primo Levi con Se questo è un uomo(1966), riduzione dello sconvolgente libro autobiografico sulla prigionia ad Auschwitz.
Con De Bosio furono scritturati i più noti attori della scena italiana, come Paola Borboni, Gianni Santuccio, Lilla Brignone, Luigi Vannucchi, Ernesto Calindri, i giovani Dario Fo e Franca Rame, Giulio Bosetti, Franco Parenti, Salvo Randone, Adriana Asti, Laura Adani, Valeria Moriconi, Glauco Mauri e Vittorio Gassman che nel 1968 fu protagonista del memorabile Riccardo III di William Shakespeare, diretto dal giovane Luca Ronconi, con scene dello scultore Mario Ceroli e costumi di Enrico Job, spettacolo tra i più memorabili della storia del TST.
Con la crisi del Sessantotto subentrò una direzione collegiale composta da Giuseppe Bartolucci, fautore delle avanguardie, Daniele Chiarella, gestore del Teatro Carignano, Federico Doglio, storico del teatro, Nuccio Messina, direttore organizzativo del teatro (dal 1964), e Gian Renzo Morteo, studioso e traduttore di Ionesco.
In quel periodo di transizione, il teatro allestì spettacoli anticipatori che suscitarono sconcerto e curiosità nel pubblico, come I testimoni del polacco Tadeusz Rozewicz, con scene dell’esordiente Jannis Kounellis, futuro maestro dell’“arte povera”; Orgia, con Laura Betti e Gigi Mezzanotte, spettacolo-manifesto del “teatro di parola” di Pier Paolo Pasolini; Il sogno di August Strindberg recitato in lingua italiana da Ingrid Thulin, la grande attrice svedese consacrata dal cinema di Ingmar Bergman che è scomparsa nei giorni scorsi.
In quegli anni lo Stabile di Torino, primo in Italia, diede vita a un nuovo rapporto con il mondo della scuola e delle periferie urbane, fondando “l’animazione” e “il decentramento”. Nel 1970 il grande comico torinese Erminio Macario, affermatosi nel varietà, coronò la sua carriera di attore drammatico interpretando con lo Stabile il classico piemontese Le miserie ‘d monssù Travet di Vittorio Bersezio.
L’esperienza della “direzione collegiale” si risolve dopo un triennio, nel 1971, con l’affidamento della direzione al regista Franco Enriquez, ma questi, alla fine della stagione lascia l’incarico. Gli succede il regista genovese Aldo Trionfo, affermatosi a Torino con la memorabile messa in scena di Puntila e il suo servo Matti di Bertolt Brecht, con Tino Buazzelli e Corrado Pani. Nei quattro anni di direzione a Torino Trionfo realizza gli spettacoli della sua maturità artistica, coadiuvato dal grande scenografo Emanuele Luzzati e da attori di spiccata personalità come Franca Nuti (Peer Gynt di Ibsen), Marisa Fabbri (Elettra di Euripide), l’intramontabile Paola Borboni (Re Giovanni di Shakespeare), la star del varietà Wanda Osiris (Nerone è morto? di Hubay), il caposcuola dell’avanguardia Carmelo Bene e il giovanissimo Franco Branciaroli che con Trionfo a Torino si affermò come protagonista.

A Trionfo succedette il regista Mario Missiroli che, affiancato da Giorgio Guazzotti condirettore organizzativo, guidò il teatro per i successivi otto anni, fino al 1984. Riconquistato il pieno favore del pubblico e della critica nel 1977 con Zio Vanja di Anton Cechov, interpretato da Gastone Moschin, Annamaria Guarnieri, Monica Guerritore e Giulio Brogi, Missiroli realizzò una serie di fortunati allestimenti, con imponenti scene di Enrico Job: Verso Damasco di August Strindberg, I giganti della montagna di Luigi Pirandello, Musik di Frank Wedekind, La villeggiatura di Carlo Goldoni, il “remake” di Orgia di Pasolini, nuovamente con Laura Betti. Attori prediletti da Missiroli furono, oltre a Moschin e la Guarnieri, Glauco Mauri e Paolo Bonacelli, protagonista quest’ultimo della Mandragola di Machiavelli (con elegante scena di Giulio Paolini) e del Malato immaginario di Molière.
Dal 1985 al 1989 il teatro fu diretto da Ugo Gregoretti che ebbe tra l’altro il merito di riportare alla scena di prosa un grande attore come Walter Chiari con Il critico di Richard Sheridan e di affidare a Luca Ronconi l’arduo compito di mettere in scena Mirra di Vittorio Alfieri, che fu uno spettacolo elegante e vibrante, interpretato dalla giovane rivelazione Galatea Ranzi, affiancata da Ottavia Piccolo e Remo Girone.

A Gregoretti succedette proprio Luca Ronconi che a Torino realizzò nel 1989 Besucher di Botho Strauss, con Umberto Orsini e Franco Branciaroli; nel 1990 Strano Interludio di Eugene O’Neill, con Massimo De Francovich e Galatea Ranzi, L’uomo difficile di Hugo von Hofmannsthal, con un cast d’altri tempi: Marisa Fabbri, Massimo Popolizio, Annamaria Guarnieri, Luciano Virgilio, Mauro Avogadro, oltre a Orsini, De Francovich e la Ranzi.
Il 29 novembre 1990, nella Sala Presse dello stabilimento dismesso di Fiat di Lingotto, oggi trasformato da Renzo Piano nel centro congressi che conosciamo, Luca Ronconi varò lo spettacolo forse più complesso e titanico che si ricordi, Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, repertorio degli orrori e insensatezze della Grande Guerra. In scena vere locomotive e carrozze ferroviarie movimentate a mano sui loro binari, una fabbrica di cannoni, un ospedale da campo, una tipografia di giornale, seicento costumi con una cinquantina di attori e un centinaio di tecnici. Ronconi, che nel 1992 fondò la scuola per attori del TST, tuttora una delle più attive e ambite in Italia, lasciò Torino nel 1994.

Negli ultimi dieci anni il teatro è stato diretto per il triennio 1994-97 da Guido Davico Bonino, ex critico teatrale e docente universitario, per il triennio 1997- 2000 dall’attore e regista Gabriele Lavia, poi dal regista Massimo Castri, a cui è subentrato nella primavera 2001 il regista Walter Le Moli, il direttore attualmente in carica.

Limitandoci a segnalare gli spettacoli più importanti dell’ultimo periodo, bisognerà ricordarne alcuni diretti e interpretati da Gabriele Lavia, come Il giardino dei ciliegi e Commedia senza titolo (Platonov) di Anton Cechov, Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, Non si sa come di Luigi Pirandello, Il misantropo di Molière, Edipo re di Sofocle, quest’ultimo realizzato per il Teatro Greco di Siracusa.
Sulla rinnovata strategia di apertura e interscambio con l’orizzonte europeo ricordiamo almeno La serra di Harold Pinter, interpretato da Carlo Cecchi, con la regia dello stesso Pinter, il maggior drammaturgo e sceneggiatore inglese vivente, e lo stupefacente ed elegantissimo spettacolo “di figura” italo-francese Pene di cuore di una gatta francese realizzato nella stagione 1999-2000 dal funambolico regista parigino Alfredo Arias con un cast bilingue, grazie a un’impegnativa coproduzione.
Massimo Castri nel biennio della sua direzione ha messo in scena a Torino spettacoli rigorosi e affascinanti, guardati con ammirazione a livello nazionale, come Ifigenia di Euripide, La ragione degli altri di Luigi Pirandello, Madame De Sade di Yukio Mishima e John Gabriel Borkmann di Henrik Ibsen.

L’attuale direzione di Walter Le Moli sta operando per intensificare l’attività produttiva, sia incoraggiando numerosi progetti di compagnie giovani e realtà locali, sia realizzando progetti di grande respiro come la trilogia shakespeariana Tre storie d’amore dello scorso anno, coordinata dal direttore della Scuola di Teatro Mauro Avogadro e affidata a tre registi francesi Jean-Christophe Sais, Mamadou Dioume e Dominique Pitoiset, e, nella stagione in corso, la complessa e ardita coproduzione di Peccato che fosse puttana dell’elisabettiano John Ford, affidata alla regia di Luca Ronconi.
Con la direzione di Walter Le Moli, nella produzione, è stata posta un’attenzione particolare al “romanzo” portato in scena, un percorso che permette al palcoscenico di appropriarsi di nuovi temi e personaggi, come sempre ha fatto il teatro musicale. Questo lungo viaggio è iniziato, nella stagione 2002/2003, con la rimessa in scena del Don Chisciotte, il monumentale romanzo di Cervantes per proseguire con il Wilhelm Meister di Goethe, nella lettura di Gabriele Vacis; con Comédie Humaine, diretto da Dominique Pitoiset; con La peste, infine, capolavoro tutto novecentesco, portato in scena da Claudio Longhi e dai suoi straordinari attori.
Nel cartellone della Stagione 2004/2005 si respira una grande attenzione per il rapporto teatro-musica. Questo avviene, ad esempio, per quel che riguarda le produzioni, per il Marat-Sade di Peter Weiss, “incamiciato” nella partitura de Le quattro stagioni di Vivaldi, o per L’Impresario delle Smirne, interpretato da cantanti lirici con la regia di Davide Livermore.